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Maria Tramontano

Mi chiamo Maria Tramontano e sono nata a Piaggine il 31 Luglio del 1948 da Orlando e Giovanna D’Andrea. Fino a qualche tempo fa sapevo di essere figlia di emigranti e che la mia vita è stata fortemente influenzata da tale condizione ma, da quando la curiosità per la storia della mia famiglia mi ha contagiato, ho scoperto che non solo siamo stati emigranti ma che possiamo addirittura definirci emigranti DOC.


Mi spiego: nelle mie ricerche sul passato ho scoperto che entrambi i miei nonni paterni e mio nonno materno sono stati ben due volte negli USA passando per Ellis Island, io e la mia famiglia d’origine abbiamo vissuto all’estero (due miei fratelli sono nati a N.Y.) ed ora i miei figli vivono e lavorano entrambi all’estero.

 Che nel nostro DNA ci sia quello che gli Inglesi definiscono “the travelling bug” ?
Travelling bug a parte certamente è stato il bisogno che ha spinto i miei nonni a lasciare il proprio paese per cercare fortuna in terre cosi lontane. Dovettero essere molto coraggiosi o disperati per abbandonare un paesino sperduto tra le montagne del Cilento ed affrontare l’oceano e l’incognita
di un paese di cui si conosceva solo quanto veniva raccontato loro dai compaesani e da una propaganda ufficiale alla ricerca di manodopera a buon mercato. Tuttavia i bisogni erano tanti e ciò li spinse partire, ma le radici erano forti tant’è che per ben due volte affrontarono il viaggio, nella grande illusione di migliorare la propria condizione, e per ben due volte tornarono a “casa”.
La zio Sam non aveva regalato loro  la ricchezza e di conseguenza esauriti i risparmi e visto che al loro orizzonte c’erano solo miseria e stenti avrebbero voluto tornare . Nel frattempo negli Stati Uniti era diminuito il bisogno di mano d’opera a basso costo e furono votate alcune leggi volte a frenare l’immigrazione. Furono introdotte le cosiddette quote che resero molto difficile raggiungere l’America. Nella famiglia Tramontano c’era però la figlia Filomena che, essendo nata in America in uno dei viaggi della famiglia, era cittadina americana e perciò libera di raggiungere il paese natio. La disperazione era tanta perché non ci pensarono su due volte e spedirono Mena, a solo tredici anni, in America con la speranza che da cittadina potesse farsi raggiungere dalla famiglia  in barba alle quote. Fu speranza vana e così la giovanissima Mena divenne Fannie si inserì nella comunità italiana a N.Y., sposò un compaesano e visse la sua vita senza mai dimenticare la famiglia ed il paesino che aveva lasciato dietro di sé.  Mantenne con loro un nostalgico e doloroso rapporto testimoniato da lettere che le permettevano di tenere vivo il filo degli affetti e tenersi al corrente su quello che accadeva nella sua famiglia .  Per tutti gli emigranti fu il periodo delle attese per la posta che portava loro notizie di quelli che erano partiti e magari qualche pacco che alleviasse le loro miserie. Era come se arrivasse  Babbo Natale  con il suo sacco pieno di indumenti anche usati , un po’ di caffè non ancora tostato, qualche pezzo di biancheria etc..
A loro volta gli emigranti ricevevano lettere piene di benedizioni, richieste di aiuto e i più fortunati qualche pacco con salumi di propria produzione, qualche pezzo di ricotta salata e la mitica “manteca”. Non sempre, però, riuscivano a gustare quelle leccornie perché la spedizione ci impiegava così tanto che qualcosa si avariava strada facendo.
Intanto arrivò la guerra e il fratello di Fannie, mio padre, fu chiamato alle armi e come la maggior parte dei giovani dell’epoca partecipò al conflitto. Fu tra i fortunati e dopo sei anni tornò a casa.
Quando tornò in paese riprese la vita di sempre fatta di sacrifici, di lavoro e di preoccupazioni. Da adolescente era stato messo a bottega per imparare il mestiere di falegname e a quel lavoro tornò per guadagnarsi da vivere; pare proprio che il lavoro non mancasse,  in un paese come Piaggine si faceva di tutto dal mobile agli infissi, dalle casse da morte ai banchi per la scuola, dai manici per le zappe alle madie; si lavorava tanto ma quando si trattava di riscuotere il compenso era tutta un’altra storia!
E allora come fare per portare avanti la famiglia? L’unica alternativa era seguire la strada intrapresa anni prima dai genitori e da tanti altri compaesani: emigrare.
Ma dove? C’era poco da scegliere, si seguiva un parente, un amico, un compaesano qualcuno che potesse essere un punto di riferimento, offrirti una prima accoglienza. Per mio padre fu naturale rivolgersi alla sorella Fannie.
Il sistema delle quote era ancora in vigore e bisognava trovare un escamotage per aggirarlo. Fu così deciso che andasse in Canada e da lì poteva raggiungere N.Y
Pare che in quegli anni ci furono in Italia una serie di alluvioni che  determinarono uno stato di calamità naturali e gli Stati Uniti, per aiutare il nostro paese, concessero molti visti. Anche mio padre, grazie al  Refugee Relief Act, ottenne il suo visto e nel 1955 con il piroscafo Roma e un viaggio che, a causa delle pessime condizioni del mare, durò molto più del dovuto, raggiunse Nuova York.
Emigrante! Pare sia un marchio di fabbrica; una volta che te lo appiccichi addosso non te lo togli più e quando l’emigrazione la subisci,  ti fa vivere in  una dimensione di non appartenenza che crea nella persona una malinconia infinita e subdola.
Mio padre, tuttavia, era un uomo positivo e per di più in America aveva ritrovato la sorella perduta, la qual cosa  gli permise di affrontare la sua nuova condizione con serenità e fiducia.
Ebbe modo di svolgere il suo lavoro di falegname con successo, nell’ambito lavorativo era stimato e benvoluto e presto fu nelle condizioni di farsi raggiungere dalla la moglie e i due figli che erano rimasti in Italia.
Furono espletate tutte le formalità di rito, ci recammo al Consolato di Napoli per “passare la visita”, lì ci presero le impronte digitali, giurammo di non essere comunisti, accertarono che fossimo in buona salute e ci concessero il sospirato “visto”. Furono acquistati i biglietti di viaggio presso la famosa agenzia Barbirotti di Salerno e fu così che anche io con mia madre e mio fratello partimmo alla volta di N.Y.. A Napoli ci accompagnò un tale don Salvatore che all’epoca aveva una delle poche auto in paese che noleggiava a chi aveva bisogno di raggiungere Napoli o Salerno.
Ero in quarta elementare, portai con me una copia del libro “Cuore” ed una del “Le Mie Prigioni” con dedica della mia maestra e tanti, tanti ricordi.
Partimmo con la Giulio Cesare e ai miei occhi di bambina, a parte un giorno passato in cabina con il mal di mare, fu  un viaggio molto bello, quasi una crociera, niente a che vedere con l’esperienza dei miei nonni e di mio padre.
Avvistammo terra, novelli Colombo, all’alba di un giorno estivo. All’orizzonte si stagliò maestosa la statua della Libertà ma per noi non ci fu la quarantena forzata a Ellis Island. Sbarcammo direttamente nel porto di N.Y., ma un ostacolo si parava davanti a noi: la dogana. C’erano cose che non potevi portare nel paese, ma mia madre la fece in barba ai doganieri perché aveva cucito nelle maniche del suo cappotto: due soppressate ed un capicollo !
L’America mi piacque e fu facile per me e mio fratello imparare la lingua; dopo pochi mesi, a detta di tutti la parlavo perfettamente  e mi inserii nel contesto scolastico, superando in breve ogni svantaggio, portandomi alla pari con i miei coetanei.
La nostra vita era abbastanza tranquilla, mio padre aveva il suo lavoro, mia madre era stata assunta in una delle tante fabbriche di abbigliamento e noi avevamo la scuola.
Anche la nostra vita sociale non era malvagia e, a parte i parenti, facevamo spesso visita ai compaesani che vivevano nel Bronx , a Little Italy, a Staten Island.
Queste visite erano l’occasione per parlare di Piaggine, delle persone lasciate lì, degli altri compaesani ed erano intrise di grande malinconia e nostalgia per il proprio paese. Nei sogni di tutti c’era il ritorno a casa con un gruzzoletto per poter vivere il resto della propria vita là.
C’era chi mandava i propri risparmi per aggiustarsi la casa in paese, chi comprava quartini e magazzini a Salerno e sognava di tornare e vivere di rendita.
Mia madre era tra i più nostalgici ed incominciò presto a mettersi nelle orecchie di mio padre perché desiderava tornarsene a casa. Le mancava tutto: la sua famiglia, il vicinato, il cibo, le usanze, il modo di essere, la tranquillità; persino i momenti difficili  sbiadivano e perdevano di drammaticità. Dopo circa cinque anni ci riuscì ed insieme a me, mio fratello Alfonso ed il  nuovo nato Davide ci imbarcammo sul transatlantico Leonardo da Vinci alla volta di Napoli.
Questo, tuttavia, non fu che il primo di tanti viaggi che mia madre fece avanti ed indietro verso gli U.S.A.; per me fu l’ultimo da emigrante perché, supportata dalla mia volontà, fui lasciata in collegio  a Salerno per studiare in vista di un progettato ritorno in patria di tutta la famiglia.
Durante questi andirivieni mio padre rimaneva lì a lavorare per mantenere tutti noi e per maturare il diritto alla pensione che in ultima analisi avrebbe garantito una vecchiaia tranquilla in paese secondo i sogni di mia madre… e i suoi?
In una parentesi di permanenza negli USA, nel 1965 nacque l’ultimo fratello John Louis. Io conobbi solo 1968 quando tornarono ancora una volta in Italia.
Nel frattempo io mi diplomai e mi iscrissi all’università.
Ero quasi alla fine del mio percorso universitario quando i miei familiari si trasferirono definitivamente in Italia. Con l’aiuto di un compaesano, mio padre comprò un bar a Napoli e ci trasformammo in commercianti. Dopo poco tempo Alfonso, che non aveva mai accettato quel trasferimento, tornò da solo negli USA,  per terminare i suoi studi.
Erano i primi anni settanta ed io pensavo che le nostra odissea avesse avuto fine, ma così non fu, dopo un anno circa quel commercio non si rivelò adatto a noi perciò vendemmo l’attività e mio padre ritornò a N.Y.
Tra il 1970 e il 1977/78 non ricordo neanche io quante volte la mia famiglia è partita per l’America ed è poi ritornata.
Nel frattempo, i miei genitori avevano costruito una casa, Alfonso si era laureato alla Columbia University ed aveva iniziato una brillante carriera di ricercatore contribuendo ad una importante scoperta scientifica, io mi ero sposata e mia madre si era ammalata di Parkinson.
Fu alla fine degli anni 70 che, maturato il diritto alla pensione, mio padre raggiunse definitivamente la famiglia in Italia.
L’America e anni di duri  sacrifici avevano garantito la tranquillità economica, gli acciacchi dell’età e la malattia avevano spento l’irrequietezza in particolare di mia madre e così si adattarono a vivere stabilmente nella casa che si erano costruiti a Paestum.
Non fu una scelta accettata al cento per cento, Paestum non era Piaggine, e mia madre mise di nuovo in moto tutte le sue capacità persuasive per tornare in paese.
Durò pochi mesi la loro permanenza lì, l’idea del paesello natio quale luogo perfetto dove vivere si scontro con la realtà della quotidianità: erano lontani da tutti noi, il paese era difficile da raggiungere, ma soprattutto non c’erano più quelle condizioni affettive che lo avevano reso così desiderabile nei suoi ricordi. Quello fu davvero l’ultimo tentativo di ritornare in paese.
Tornarono nella casa di Paestum, ma i legami con Piaggine non sono stati mai recisi nè da loro, fin quando sono stati in vita, nè da noi figli.
Se qualcuno ci domanda di dove siamo tutti, anche quelli nati in America, anche Alfonso che l’aveva ripudiato, rispondiamo con orgoglio: siamo di Piaggine.